Un diario a casaccio. D’altra parte il caos é l’ordine naturale dell’Universo, perché opporsi?
L’ultimo episodio comincia con la partenza, e i ricordi di una vacanza appena conclusa. Mentre andavo lunedí sera in Starr St. a prendere la mia ultima subway L, questa volta non direzione Manhattan ma quella opposta e definitiva, Broadway Junction e poi Howard Beach fino a qui, al terminal 7 del JFK, beh, dicevo, in Starr St. ha cominciato a piovigginare, fina fina, come domenica mattina. Ma quando la subway é emersa dalle viscere della terra per diventare un treno, pioveva a dirotto, precipitazioni piú consone ad altre latitudini. Di Manhattan piú nessuna traccia, in lontananza solo una vaga sagoma di gobbe grigie informi e un’anomala palla di fuoco rossa velata dalla distanza e dalla pioggia, una visione quasi post atomica.
Dicevo di domenica mattina, una pioggerella sottilissima, che ti chiedi come possano fabbricarla con delle goccie cosí piccole: non é neanche proprio esatto dire che la pioggia cadeva, era piú che altro nebulizzazata in tutte le direzioni. In ogni caso ha rotto le balle, perché prova a girare per strolling con mappa, fotocam e ombrello, e l’orlo dei pantaloni fradicio fino a mezzo polpaccio. Giá non mi sentivo granché bene, mal di testa, forse un pó di febbre, e sore throat e giramenti di testa. Sará stata la pioggia presa sabato notte al Greenwich Village con Dave e Andrea, tutti e tre senza ombrello e neanche un fucking taxi disponibile per tornare a Brooklyn. Cosí domenica non ero proprio al top della forma fisica, ma era l’ultima chance per vedere il Giardino Botanico di Brooklyn. Arrivarci non é stato facile, ne tanto meno venir via, perché in quel weekend avevano soppresso alcune linee di metro verso Manhattan, e quindi i miei piedi giá duramente provati dalla giornata, hanno ricevuto il colpo di grazia con un’addizione di km non previsti. Mi sentivo le estremitá come fossero ognuna un sacchetto di pelle preso a martellate con dentro tutte le ossa scomposte. Peró Dio se ne é valsa la pena! L’orto botanico era MERAVIGLIOSO, vasto, curatissimo, stupendo anche nella cornice autunnale di una giornata bagnata grigio opaco. Immagino questo amore per il verde provenga dalla cultura anglosassone e, forse ancor piú, da quella irlandese, la sua bellezza mi ricordava i Green vissuti a Dublino. Ho scattato trilioni di foto aggraziate dalle goccie di pioggia, visto incredibili bonsai, strani uccelli tipo pettirosso oversize (versione obesa americana?), un laghetto giapponese molto zen, colmo di pesci rossi grossi come cinghiali che si aggiravano lentamente sotto la superficie, con andatura squalesca. E poi un enorme uccello, tipo airone, di quelli con le zampe lunghe lunghe, e il becco lungo e sottile: era solo e pure un po’ timido, ho dovuto rincorrerlo per il bordo del laghetto jap, finché non si é lasciato catturare da un paio di shot, uno dei quali fonte per me di grande soddisfazione, alla National Geographic. E che dire del leprotto che mi é comparso d’improvviso sotto il naso? Tenero battufolo di pelo. Anche i laghetti con ninfee e altre sorprendenti piante mi hanno rallegrato il cuore. E ció che é ancora piú delizioso é che eravamo al massimo in tre in tutto il giardino, quindi la godibiltá del luogo non é stata funestata dalle solite orde di turisti rumorosi e sgomitanti.











Finito il giro ho preso di nuovo la metro da Grand Army Plaza e sono scesa a Brooklyn Heights, per la terza e ultima volta. Il mio posto preferito. Se avessi una nuova vita da vivere a NY, quello sarebbe il mio posto ideale, lontano da Manhattan ma con lo spettacolo dei ponti, dei grattacieli e dell’East River sotto gli occhi; casette a schiera in mattoni, molto Irish, viali ad una carreggiata, alberi, tranquillitá e un baretto vicino, in Hicks St che prepara delle grandiose pite con falafel, da leccarsi i baffi (salvo che poi la cipolla andrá su e giú per lo stomaco tenendoti compagnia for long long time).


Ma son saltata di palo in frasca o, come dicono a NY, I’ve jumped from pylon to branch (joke): volevo dire dell’ultimo giorno in NY che, sveglia di buon mattino, alle 9 ero giá sull’Empire State Building: pensavo la massa di turisti arrivasse un po’dopo, ma in realtá nella seconda metá di settembre la cittá pullula di pensionati che, si sa, mica dormono fino a mezzogiorno: una valanga di spagnoli, ma la terrazza all’86esimo piano rumoreggiava di idiomi provenienti da ogni dove. Cara Beth, hai fatto male i tuoi conti, cosí mi son dovuta dire appena gli occhi hanno abbracciato il vasto scenario di Manhattan vista dall’alto. Non avevo pensato a quella cazzo di nebbiolina mattutina che non si dissolve prima del mezzodí, cosí le foto non sono proprio nitide come avrei voluto. Ma come giá disse qualcuno per nobilitare un difetto di definizione fotografica, le immagini sono risultate con un grazioso effetto “morbido”, e dai, in fondo non sono malaccio, anche se devi sgomitare per avere un posto vicino al muretto per infilare la fotocam nella griglia anti-suicidio.





Il resto di lunedí l’ho trascorso nel vano tentativo di fare shopping. Risultato fallimentare: zero acquisti. Ho provato un mucchio di vestiti, ma per un verso o per l’altro niente andava bene, fucking bastard american size. E poi si sa, sono una donna anti-shopping, una specie di prodotto uscito anomalo dalla fabbrica dell’umanitá. In fine, ho fatto un ultimo salto da Whole Food, che mi ha spesso nutrita in queste due settimane, per comprare dei brownies, e ho finito in bellezza a far finta di leggere il freepress AM seduta al sole prossimo a sparire dietro uno skyscraper sui gradini di Union Square. Volevo che fosse il mio ultimo piacevole ricordo di Manhattan, al sole, davanti a quel palazzo con l’orologio digitale e il vapore che esce da una specie di scultura, che mica l’ho capito in due settimane che cazzo é.
Sabato é stata una giornata molto simile a quello precedente: pantaloncino corto, canottiera, mp3 con la mia compilation U2VELOCI, che da anni sostengono il ritmo del mio fitness, via di corsa a Central Park. Questa volta ho imboccato il path sul Jacqueline Kennedy Onassis Reservoir nella giusta direzione, ma c’era comunque qualche rinco che, come me la settimana prima, andava contro mano. L’ho percorso tre volte, poi mi son rotta le balle e ho deciso di andare ad esplorare l’area nord del parco, quella che confina con Harlem: c’era un bel piccolo laghetto, per il vero con una specie di schifezza schiumosa in alcuni punti della superficie, ma nell’insieme bello, con un mucchio di paperelle, cigni e uccellini grassottelli vari. E anche una bella restroom dove dar sfogo ad un inderogabile effetto della diuresi. A proposito, volevo raccontare dei gabinetti che ho utilizzato nei miei giorni di turista a NY. Due cose da notare: il sistema con pareti ridotte al minimo, che ben conosciamo dalla letteratura cinematografica, che basta allungare un po’il collo in alto o abbassarsi a guardar sotto, ed ecco lí che la privacy é bella che fottura. E poi ho utilizzato un gabinetto buffissimo, che giuro non mi ricordo dove diavolo l’ho visto, ma sarebbe stato da filmare: la tavoletta era avvolta da uno strato di plastica e ad ogni scarico dello sciacquone si cambiava da sola scorrendo via come il belt delle valigie negli aeroporti. Gradioso.
Central Park é sí il polmone verde di NY, ma in realtá l’aria é comunque abbastanza puzzolente, le auto lo assediano sia lungo tutti i quattro lati, che addirittura con alcuni percorsi interni di attraversamento da est ad ovest. Peró bello davvero, gente che corre (tutti con la loro musica portatile), gente che pattina, che pedala, giovani vecchi, ciccioni o in forma. A proposito, c’é anche qualche pazzo che gira coi pattini per le strade di Manhattan, in mezzo al traffico, o con la skateboard o persino in monopattino.


Dopo la corsa sono tornata a casa a Brooklyn per la doccia, quindi sono andata di nuovo a Manhattan per fare alcuni acquisti. Penso che ho proprio bisogno di un podologo, i due sacchetti con dentro le ossa alla rinfusa gridano help me: se i miei piedi avessero un contachilometri probabilmente avrebbe totalizzato la distanza tra la Terra e la Luna.
La sera di sabato avevamo un altro party, ma sull’argomento Andrea era stato piuttosto vago: mi ha dato appuntamento al pub irlandese Mc Sorely, tra la 7th St e la 3rd Ave, ma quando arrivo con un una decina di minuti di anticipo entro e non ci sono ne lui ne Dave. Il pub sembra quasi un pezzetto d’Irlanda incastonata in Manhattan, come un enclave di birra stout e legni scuri, gran vociare incomprensibile, sorrisi e allegria da sabato sera alcolico. Esco fuori, mi siedo su una botte di legno all’ingresso, vicino a me un ragazzo che subito non avevo capito fosse di guardia per vietare l’accesso ai minorenni. Cominciamo a parlare e scopro cosí che é irlandese di Limerick: ah! dico, come Frank McCourt, he’s a genius! E lui mi corregge, he was, recentemente é andato under ground, usa questo crudo eufemismo. Cavoli, ci rimango male, il mio amato Frank non é piú tra noi. Era un geniale narratore, e le sue Ceneri di Angela rimarranno per sempre nel mio cuore, come pure tutta la mia con-passione per la storia travagliata dell’Irlanda e il mio amore per l’ironia di quel popolo. E poi scopro pure che anche lui mercoledí era al Giants Stadium nel New Jersey (ah, giá non ve lo avevo ancora detto che il 23 settembre ho passato una memorabile serata con gli U2 a rivedermi il 360Ëš Tour!!!).

Ad un certo momento Dave esce come catapultato fuori della porta. Sta parlando al telefono e mi fa un cenno allontanandosi a conversare un po’ distante dall’ingresso al pub. Quando finisce scopro che Andrea me lo ha rifilato per la prima parte della serata, mentre lui é ad una festa alla quale noi non siamo invitati. Ok, per me va bene, Dave mi pare un tipo interessante. Quando parla adagio. Diversamente non colgo una parola che sia una. Bilancio: Dave mi fa passare una bellissima serata, molto piacevole, lui si comporta da vero gentleman, é simpatico e premuroso: ci scoliamo un numero imprecisato di half pinte di stout al pub, rimane sorpreso che sia ancora in piedi, ma che ci vuoi fare Dave, la stout é l’unica birra che posso tracannare a botti, e poi credo che sia una specie di medicina miracolosa che fa bene al corpo e allo spirito. Lui mi dice che aumenta la fertilitá. Non mi stupisce, visto che in Irlanda ogni coppia ha 4 o 5 figli... Meno male che ho iniziato a berla negli ultimi anni, sennó erano bitter cabbages. La birra di sabato era una stout locale, buona ma non come la Guinness, e poi spillata un po’alla cazzo, se mi lasciate passare il tecnicismo: a Dublino é una specie di rito, si spilla in due fasi, la prima permette la decantazione del nettare che arriva in prima istanza un tantino soggetto a moto turbolento, la seconda raggiunge l’orlo completando l’opera con il giusto spessore di schiuma color cappuccino. Qui pare che versino Coca Cola. Vabbé, comunque era buona. Dopo Mc Sorely cerchiamo un ristorante. Sono aperta a tutto, e scegliamo un risto jap per mangiare sushimi e sushi. Lascio ordinare lui, di gran lunga piú competente essendo la mia unica esperienza nel settore limitata ad un pranzo a Pechino nel 2002. La fiducia riposta in lui si rivela un successo, la cena é squisita, lui simpaticissimo e mi insegna pure un mucchio di cose, come si tengono correttamente le bacchette, la zuppetta, il sake, i vari tipi di pesce crudi, le salsine di soia, tutto. Quando non riesco ad afferrare i bocconi con le mie bacchette mi imbocca con le sue, e forse questi gesti gli fanno innalzare la “pressione del vapore”: quest’omone ha il suo fascino, l’ho trovato carino appena l’ho incontrato a Manhattan dopo il concerto di mercoledí, sebbene un po’imbolsito dalla passione per il cibo e per la birra (I guess), ma le cose estemporanee non fan per me, thanks. Prendiamo al volo un taxi come si vede nei film quando inizia a piovere, e arriviamo verso le 23 ai Tre Merli del Greenwich Village, dove c’é Andrea e la nostra festa: un mucchio di gente, musica martellante “untz-untz-untz”, rilevo nuovamente che gli amici di Andrea sono tutti mostruosamente giovani. Un tizio mi chiede perché non sorrido. Cavoli anche qui? Me lo chiedono anche in Italia!!! É la mia faccia, che ci posso fare?!? Sta diventando un problema questo sorriso latitante, gosh.
Finita la festa prendiamo un bel po’d’acqua direttamente sulla capoccia, come giá detto, ma prima di risoverci per una metro L verso Brooklyn, ci facciamo ancora una birra in un postaccio: birra cattiva, ambiente di nessun rilievo. Sediamo ad un tavolaccio di legno tutto inciso di nomi e frasi, sul quale Dave scrive il mio nome e il suo recintati da un cuore tutto sbilenco. Ci vuol altro per farmi capitolare, in ogni caso é stato molto carino tutta la serata, micione senza essere pressante. Quando arriviamo a casa verso le 3 di notte Andrea fa delle facce strane, tra di loro, pensa che forse succederá qualcosa, ma l’unica cosa che desidero é raggiungere il mio letto e dormire per 24 ore. Mi chiudo in bagno augurando loro la buona notte, e spero si dileguino nelle loro stanze: quando esco fuori ci sono gli stivaloni neri con lunghissima punta di Dave in mezzo all’ingresso... non sará mica nel mio letto?! Vado verso la stanza temendo di dover affrontare una situazione imbarazzante, ma per fortuna Dave é un uomo intelligente, e non c’é. Lo vedo ancora una volta di sfuggita la mattina di domenica, mentre esco e lui fa colazione. Lo trovo carino, ma ci vorrebbe un’altra vita.