lunedì, 22 giugno 2009

Una settimana fa i due stupefacenti fiori nati delle mie acuminate piante grasse sono sbocciati: wow, che meraviglia! Una delicatezza e una grazia inusitate per piante all’apparenza così poco amichevoli. Un po’ come a volte sono certe persone, sembrano inavvicinabili, persino respingenti, e poi un giorno svelano cuori grandi.

Vogliate godere in differita della bellezza di questi due fiori, sbocciati nella notte tra il 12 e il 13 giugno, sfavillanti per tutta la loro breve giornata di gloria, e poi tristemente afflosciati il giorno dopo. Oggi sono ridotti ad un minuscolo grumo di sostanza secca dentro il vaso, a ricordarmi la caducità delle cose.

Guardare la natura dovrebbe servire a utilizzare meglio il nostro tempo, memento audere semper, cogli l’attimo, si sta come d’autunno sugli alberi le foglie, tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino (che ovviamente ci sta come i cavoletti di Bruxelles sulla panna cotta).

foto by argento

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categoria:fiori
lunedì, 15 giugno 2009

ultimapizza

 

Martedí prossimo avrebbe avuto il verdetto definitivo, e quella di lunedí sarebbe potuta essere la sua ultima pizza.

The last pizza, forever.

Si fece un programma culinario per gli ultimi giorni prima di quel fatidico martedí, cosí quel fine settimana avrebbe potuto entrare negli annali, quelli degli eventi memorabili: sabato, colazione con focaccia pucciata nel cappuccino d’orzo, paneburromarmellata a strafogo, pranzo lasagne alla bolognese, pane, pane, pane da imbottirci gli stomaci di tutto il condominio, spaghetti alle vongole la sera; domenica colazione con strudel di mele, biscotti, fette biscottate, muesli di cereali, pranzo trenette al pesto, cena pizza siciliana, omelette ai funghi e alla nutella. Ma era lunedí il giorno clou, quello prima del patibolo: pranzo con pizza ai quattro formaggi e bruschette ai frutti di mare, cena con una bella pizza napoletana, mozzarella pomodoro alici, mmh... ma perché limitarsi ad una? Se doveva essere l’ultima magari poteva mangiarne anche due, o tre. Forse poteva fare indigestione, sperava che poi sarebbe stato disgustato per tutta la vita, e non avrebbe desiderato mai piú quei sapori e quelle consistenze accarezzare le sue fauci. Quattro, si ne avrebbe mangiate quattro, probabilmente il pizzaiolo sarebbe andato a stringergli la mano commosso. E insieme fiumi di birra, neanche un irlandese avrebbe potuto bere piú di lui, perché anche quelle sarebbero state le ultime: il binomio pizza/birra aveva la religiositá che di solito si attribuisce alla Trinitá, ma in versione ridotta, e lui sarebbe suo malgrado diventato un ateo.

Pensó con tristezza che probabilmente sarebbe uscito dal folto gruppo di persone che possono proporre con nonchalance “andiamo a mangiare una pizza?” e sarebbe entrato in quello sparuto gruppo di sfigati che loro malgrado devono rispondere “no grazie, non posso mangiare la pizza”.

Era giá qualche tempo che faceva i suoi test di palato: una tortura auto-inflitta per provare a mettere piede in un mondo nuovo, quello del gluten free. Immaginate un mediterraneo, anzi peggio, immaginate un italiano senza pasta, senza pane, senza dolci, e soprattutto senza pizza. E con una ulteriore aggravante: immaginate un genovese senza focaccia. Era la sicura morte delle papille gustative, sarebbero andate incontro a necrosi spontanea, ne era certo. Se non poteva piú mangiare tutti quei cibi, sarebbe stato come stracciargli la cittadinanza in faccia, e poi lasciare che il vento portasse ogni piccolo coriandolo di quel documento in giro per il mondo, tra i patatofili del nord Europa, nelle risaie degli asiatici, nelle uccelliere a nutrirsi di miglio ed altri becchimi come fosse stato un canarino. Dannazione, che destino infame.

Venne lunedí sera e il pizzaiolo non credette ai suoi occhi quando ordinó la sesta pizza, poi volle un autografo sul suo grembiule bianco e si fecero scattare insieme un paio di foto e un filmato col telefonino da mettere su YouTube. Lui aveva nello sguardo la disperazione dell’ultima pizza. Se domani, aprendo la busta con il referto delle analisi, avesse scoperto l’irrimediabile, irrevocabile, irreversibile destino, era sicuro che nella sua bocca per sempre avrebbe sentito formicolare la pizza, come un monco con il braccio perduto.

 

 

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categoria:cibo, sfighe, celiachia, patate, pezzo argento, racconto triste
venerdì, 12 giugno 2009

Ragazzi ci siamo quasi. Ecco come il fiore è cresciuto in una settimana, non è strabiliante? Ho anche scoperto che c'è un'altra pianta grassa in un altro vaso che è forse anche più avanti. Una di queste notti si compirà la magia, e poi durerà al massimo un paio di giorni.

fiorenotturno1Una settimana fa

E oggi è così!

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lunedì, 08 giugno 2009

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Questo buffo strumento per tostare il caffé apparteneva a mia nonna Ermelinda. No no, non é uno scherzo, si chiamava proprio cosí la nonna. Quando ero bambina mi pareva un nome orrendo, adesso mi sembra pieno di grazia e con un non-so-che di autorevolezza. La nonna Melinda si tostava il caffé in casa, e poi ovviamente doveva passarlo per il macinino. Quello purtroppo non lo ho piú, ma nella mia memoria vagola l’immagine di quello  strumento, magico per un bambino, di cui ricordo vagamente la manovella, un cassettino di legno e l’odore di caffé. Il Torrefattore Velox se la tirava da strumento rapido, tanto da farsi brevettare: oggi si fa ancora prima mettendo nel carrello del supermercato un pacchetto di caffé giá macinato (che per inciso non bevo e non compro, ne detesto anche l’odore).

 

Velox, come l’Auto-velox. Ogni giorno guido i miei 10-15 km, e ogni giorno posso constatare che sono quasi l’unica in strada a rispettare i limiti. Ci faccio caso perché controllo la mia di velocitá e posso, senza tema di smentita, affermare che ovunque io mi trovi – strada urbana, autostrada, strade a velocitá intermedia o strade a velocitá ridottissima – beh, ovunque sono l’unica che rispetta i limiti. O quasi. A occhio siamo uno 0.5%. Tutti gli altri hanno una gran paura di arrivare in ritardo (o meglio, ansia di arrivare primi), sembrano tutti cardiochirurghi chiamati d’urgenza per un trapianto di cuore. Dove cazzo corri che tra cinquanta metri c’é il semaforo rosso? Fuori dai limiti anche davanti alla Polizia o ai Vigili Urbani. Senza vergogna.

Ora, é indubbio che i tizi che utilizzavano Autovelox non omologati e non regolarmente tarati non hanno tenuto un comportamento esemplare ma, sinceramente, secondo voi gli automobilisti sono senza macchia? Se i Comuni facessero seriamente un’attivitá di controllo della velocitá rimpinguerebbero le casse comunali come il deposito di zio Paperone, da farci i tuffi dentro, perché alla gente piace pigiare sull’acceleratore anche quando non ha fretta, é un modus vivendi, tutto supervelox. Prendiamo la Sopraelevata di Genova: velocitá minima 40, max 60 km/h. La vedete quella tizia su uno scooter grigio che va come una lumaca zoppa, a 60 km/h? La sorpassano tutti, gnaaoooooooun!!! Le fanno pure i fari se non si sposta. Sono io. Ecco, direi che la velocitá media degli altri é variabile tra i 75 e i 95 km/h. Cosa li mettiamo a fare i cartelli con i limiti di velocitá, per arredo urbano? Ovvio che certi limiti oggi sono assurdi e andrebbero riveduti, peró quello che mi irrita é la mentalitá all’italiana, dovere per forza infrangere le regole per sentirsi furbetti.

Ho una proposta per far risparmiare tempo ai Comuni e nel contempo guadagnare tanti bei “euri”: si fa prima a dare la multa a tutti, escludendo quei poveri idioti che rispettano i limiti. Li conti sulle dita una mano. Anzi, ancora meglio: aboliamo le multe e diamo un riconoscimento a chi guida correttamente. Aggiungiamo punti di merito alla patente, cosí da poter ricevere un bel set di morbida spugna al raggiungimento dei 1000 punti.

Quando l’illegalitá supera la legalitá, non si puó piú pensare di punire tutti. Diamo un premio a chi rispetta la legge invece di perseguire chi la infrange, chessó, uno sconto sull’Irpef, esenzioni dal ticket, bonus per anticipare la pensione, altrimenti prima dei 95 anni mica ce la facciamo.

 

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venerdì, 05 giugno 2009

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         Ogni anno sono pronta lì, con lo stupore appeso in una zona tra la gola e gli occhi. Quando compare sento il mio cuore sorridere di tenerezza per questa magia che si rinnova, sono come un bambino che chiede di ascoltare un milione di volte la stessa storia e tutte le volte si commuove, si spaventa, ride e piange negli stessi punti. Rincoglionita? Si, forse. Anzi, sicuramente. Se apro le cartelle di foto degli anni addietro in questo periodo, ci trovo immancabilmente le stesse foto, le scatto ogni volta come se fosse la prima volta, quasi fosse un evento unico e miracoloso. Lo stesso identico evento. Fiori, fiori di piante grasse, minuscoli e coloratissimi, enormi e delicati in mezzo a mostruosi aculei, si permettono petali sottilissimi, di panna quasi evanescenti. Non chiedetemi i nomi, non li so e non mi interessano, non sono il tipo di persona a cui piace riempirsi la bocca di nomi botanici, a me piace solo guardare il miracolo. Stasera tornando a casa ho scoperto che si sta preparando un magnifico fiore che da anni sboccia per incanto di notte. La magia dei fiori notturni, è speciale, è fatta solo per gli occhi perché le foto vengono mediocri, e non ha senso usare il flash, forse il cavalletto con un tempo lungo, ma niente è come incontrare questo fiore tornando a casa una notte, con l’aria tiepida dolce di gelsomini e le capriole delle foglie secche di magnolia che grattano il lastricato spinte dalle folate di vento.

          Lo stesso stupore con le albicocche, che ogni anno prendono vita sull’albero in giardino: pochi giorni per fare un lavoro enorme, a febbraio i rami sono ancora nudi, paiono più morti che vivi, e poi un giorno a marzo improvvisamente ecco le tenere foglioline di un verde chiaro da acquarello, e io sorrido ogni volta al mio albero come fosse un ben-tornato-in-vita, di lì a poco esplode di fiori ed è tutto un pulsare di espansione. Pochi giorni di fioritura, sorrisi e complimenti ogni volta che lo vedo, poi i petali cadono e comincia a formarsi l’albicocca. Come si fa a non stupirsi? Si, vabbè, son riconglionita, ho capito. Adesso i frutti sono ancora verdi e grossi poco meno della metà di un frutto maturo. Tre settimane e saranno arancioni, se tutto va bene con le lentiggini rossastre e dolci e profumate e senza vermi (Dio ti prego ti prego ti prego… senza vermi!!!). L’ultima mitica marmellata risale al 2006, venne superlativa e ce la sbaffammo in due in Costa Azzurra su indimenticabili baguette appena sfornate (trasportate senza il contributo dell’ascella, orgogliosamente all’italiana). L’anno dopo la scorpacciata fu un’esclusiva dei vermi, e l’anno scorso tornai a casa da Dublino che le albicocche erano tutte precipitate a terra, mature e suicide, senza di me.

          Se dovessi separarmi dal mio amato albicocco sarebbe dura, perché io e lui ci vogliamo bene, e forse anche la mia testa che legge e che studia sotto i rami gli mancherebbe un poco, a marzo quando aprisse un occhio assonnato stiracchiando i rami verso il cielo accorgendosi che non ci sono più.

grassa2grassa1foto di betty argento, as usual

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categoria:fiori, marmellata, foglie
lunedì, 01 giugno 2009

gatta

Ci sono persone che quando vedono un bebé non capiscono piú niente, e si  iniziano a produrre in facce buffe e versi da nastro inceppato, solo per il gusto di strappare all’infante un sorriso sdentato e bavoso. Ecco, io sono cosí per i gatti, fin da bambina, che ci posso fare? I cuccioli di gatto, di cane, gli uccellini, eccetera eccetera. A volte non mi trattengo neanche dal miagolare qualche frase di saluto e convenevole d’approccio, giusto per vedere se ci scappa anche un grattino sotto il mento. Se la situazione lo consente ci scatta pure la foto-ricordo, come testimonia questa micina coi suoi due pargoli: l’altro giorno ero nella zono del Molo, pregevole antico quartiere di Genova, e lei se ne stava fuori dalla bottega di un artigiano che sicuramente l’aveva adottata, piccola pelosa ragazza madre: una micia talmente giovane che quasi poteva sembrare sorella dei suoi cuccioli. Mentre noi umani tendiamo a riprodurci ormai in extremis, gli animali zac! Appena scatta l’ormone son giá fecondate, basta un miao e c’hai famiglia. Come se io avessi avuto un figlio a dodici anni: di certo la mia vita sarebbe stata completamente diversa, e la mia fantasia non osa immaginare nulla di una altrnativa cosí drasticamente lontana dalla strada che ho percorso. Forse oggi non sarei il tipo di persona che dedica del tempo a scrivere post e parlare coi gatti. I post, una sorta di fotografia dei pensieri. Clic! E ti trovi nero su bianco quelle lettere senza suono che fluttuano nella testa cercando un foro per sgusciare fuori e trovare una collocazione stabile nel mondo, solleticare gli occhi degli altri, e cosí entrare dentro di loro. Le parole entrano dentro, come un flusso elettromagnetico, e accendono connessioni, immagini, attivano pensieri, e sentimenti. Le parole volano, e atterrano dentro agli occhi, affondano magari solo per un secondo solo, a volte per sempre. Il bello delle parole é che ti si accendono dentro, talvolta come esplosioni. Sto leggendo un libro appassionante che mi proietta ad ogni pagina un film in testa, io vedo tutto, io sono con lui, Arturo Bandini, il protagonista di Chiedi alla polvere, di John Fante. Muoio dalla voglia di vedere il film per scoprire se quello che ho immaginato é stato trasposto in video. Che stile John Fante! Ti fa venire voglia di essere una scrittrice migliore, di far volare le parole a comporsi su una nuvola con mirabile sintesi e insieme in un disegno chiaro ed evocativo. Le emozioni, sono sempre loro, quelle che rendono la vita degna di essere vissuta: la letteratura, la musica, il cinema, vista, udito, immaginazione. Stavo guidando, qualche giorno fa, pensando ad una canzone che mi ronzava in testa, quando ho realizzato che gli artisti sviluppano le loro capacitá espressive con il fine ultimo di essere amati: sono persone che hanno bisogno di attenzioni affettive superiori alla media e cosí creano per gli altri, per dar loro il piacere della meraviglia, dell’emozione, perché di quel piacere non si puó che essere grati. Gli artisti sono affamati d’amore, di un amore vasto, ecumenico, tendente al cosmico, gli artisti con ogni loro opera gridano al mondo Amatemi! Forse dietro ognuno di loro c’é una carenza affettiva.

Mi sono seduta davanti al pc pensando che avrei scritto un post sulle stranezze del mondo, avrei commentato  sarcasticamente l’esistenza di uno strambo campionato mondiale di acchiappa-zanzare (vinto da un tunisino); un piccolo spazio sarebbe spettato di diritto anche all’ottantenne che la scorsa settimana ha ucciso il marito con una padellata in testa ma poi, si sa, le parole sono spesso indomite e prendono la strada che vogliono, lasciandoti lí a bocca aperta.

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categoria:gatti, libera associazione, post sconclusionato
giovedì, 28 maggio 2009

 fioreGiardino

            Un maggio così caldo mica me lo ricordavo. Qualche giorno fa volevo scrivere un post su tutti quelli che si vestono guardando il calendario invece di ascoltare la pelle: solo dieci giorni fa faceva ancora un freddo glaciale, la mattina in scooter ci mancava che avessi ancora il piumino, ma gli ansiosi-del-cambio-stagione erano già tutti in bermuda, T-shirt e sandali infradito. Giuro. Non c’erano neanche 20° gradi e questi temerari dell’influenza fuori stagione mi sfrecciavano accanto senza neanche il parabrezza. Siccome alla tivù avevano detto che l’Italia era sotto la morsa del caldo, allora taluni automaticamente hanno sentito caldo.

Altro esempio. Giorni fa esco a pranzo con un collega e gli chiedo come mai non ha un golf o una giacca, tira pure vento. “Con questo caldo?” mi risponde stupito. Gli indico il termometro: 23°, primavera nella norma, dov’è tutto sto caldo? Genova risulta quel giorno la città più fresca d’Italia insieme a Bolzano e Vattelapesca. Da non crederci. Un po’ come quando a Ottobre da queste parti si va ancora al mare, si fa ancora il bagno, si indossano ancora sandali parei e canottiere, e l’ansioso-del-cambio-stagione ha già addosso gli stivali e la giacca di velluto. Termoregolazione fottuta o autosuggestione?

          Comunque, tutto questo per dire che la televisione mi fa orrore, è letteralmente inguardabile, programmi per lobotomizzati, dove tutti gridano e se non gridi più forte sei un coglione. Fa caldo: tutti nudi in spiaggia. Fa freddo: tutti con le muffole alle mani. Ma quant’è bello non stare mai davanti a quel maledetto attrezzo a farsi riempire la testa di coriandoli? E sapete cosa farei se fossi Superman in questo momento? Volerei in casa di quello stronzo che abita di fronte a casa mia e che guarda la tivvù col volume di chi c’ha il deficit uditivo, poi strapperei i cavi con forza dal muro, in modo che si portino dietro anche un po’ di mattoni e intonaco che così fa più impressione, poi andrei sul suo cazzo di balcone e tirerei la maledetta scatola giù di sotto, che farebbe una fine molto cinematografica, infine lo minaccerei di ripetere l’azione all’infinito se non dovesse imparare a regolare il volume o per lo meno tener chiuse le sue cazzo di finestre.

          Odio i programmi dove la gente applaude.

Odio i programmi dove la gente va a raccontare i cazzi suoi.

Odio i programmi di cucina.

Odio i quiz, soprattutto faccia-abbrustolita-Conti, che mi chiedo sempre chi cavoli ce l’ha messo uno così in televisione.

Odio la pubblicità e benedico l’inventore del telecomando per il tasto mute e per la possibilità di cambiare canale e ancor di più per un semplice clic che la fa spegnere del tutto.

Odio i programmi colmi di facce da culo, non posso reggere la vista di Gasparri, Calderoli, e Casini col suo modo di parlare da prete. Non c’è un politico con la faccia pulita.

Solo i film erano degni di essere visti, ma ormai quelli belli li danno solo sulle paytv.

In sostanza, un post incazzato scritto alla fine di una splendida giornata.

 

foto by argento (come al solito)

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categoria:stagioni, tv
martedì, 26 maggio 2009
b/n

       Cammini sui tacchi alti, con le gambe snelle lunghe due metri sentendoti sulla schiena tutto il peso delle cose che nella vita non girano mai per il verso giusto, poi improvvisamente entra nel tuo campo visivo una piccola donna con le stampelle e una gamba mezza sciancata, che cammina come un insetto schiacciato a metà. E ti senti una vera merda.

 

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        A volte dovrei smettere di guardare sempre le cose così da vicino, togliere questo cazzo di macro dalla fotocamera e montar su un bel fish-eye che mi apra la visuale oltre il mio stupido cazzo di naso.

 foto by argento

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categoria:autocritica, b/n , post sconclusionato
lunedì, 18 maggio 2009

 

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Tanti anni fa mio fratello mi fece un’osservazione non propriamente da etologo, sosteneva che non esistono piccioni cuccioli. All’epoca insinuò un alone di mistero in questo fatto. Ovviamente era un’idiozia, perché chi può dire di aver visto un passerotto o un pettirosso piccolo? Gli uccelli escono dal nido solo quando sono “pronti”, cioè adulti. Così le volte che mi capita di vederne qualcuno lo fotografo e poi glielo mando con la didascalia “i cuccioli di piccione non sono più un mistero”. Questi per esempio, sono i due rompicoglioni che frignano affamati nel loro nido di piume e guano disturbando il mio studio in giardino: la coppia che da anni tuba sul cornicione del palazzo di fronte, ha messo su famiglia in una piccola nicchia e si danno un gran daffare a portare cibo ai due eredi. Si vede già che uno dei due è Alfa, sgomita e ottiene più cibo, e cresce più veloce. Anche tra noi umani si capisce subito chi è Alfa e chi non lo è, perché le prove di forza e la sopraffazione sono tra i nostri sport preferiti. Siamo animali, ne più ne meno di un lupo o di un piccione. Solo non rivestiamo di cacca i nostri nidi.

 gattomagico

 

Questo gatto dagli occhi spiritati appollaiato su un albero è un micio adottato da una gattara sulle alture di Genova. Probabilmente riceve molte più attenzioni di tanti esseri umani, quelli per esempio che sono così disperati da saltar su una “carretta del mare” per venire a cercare fortuna in Europa. L’altro giorno ero a far la spesa al supermercato e improvvisamente di fronte allo sconfinato banco dei formaggi mi è parso chiaro un fatto, che sta sotto gli occhi di tutti, ma al quale non pensiamo mai: noi abbiamo “troppo”. Questa è la società del benessere, e nonostante la crisi, noi siamo veramente ricchi, soprattutto se paragoniamo il nostro tenore di vita a quello di altre popolazioni nel mondo: nei miei viaggi da donna “ricca” europea ho visto paesi nei quali non si sognano neanche un decimo di quello che abbiamo noi. Sono stata a Cuba nel 2004, non come Varadero-turista, ma ho girato l’isola e vissuto nelle posade: ricordo che tornai con un buco nel cuore, per aver visto la miseria e la “prostituzione di massa” come unica risorsa di emancipazione; ho visitato, seppure in modo più rapido e superficiale, anche il Marocco, l’Egitto e la Tunisia, e non ci vuole poi molto a capire che sono poveri; in Namibia i bambini spesso sono scalzi e si arrangiano vendendo pietre ai turisti (ovviamente i bianchi sono i più ricchi). Così davanti a quella incredibile scelta di formaggi, uno più buono dell’altro, ho realizzato che rimandiamo in Libia i barconi di disperati perché il formaggio è nostro e ce lo vogliamo mangiare tutto noi. Abbiamo panzoni grassi, doppio mento, culi grossi come portaerei, e per dimagrire andiamo dal dietologo, oppure compriamo barrette assurde in farmacia. Abbiamo case scaldate d’inverno e rinfrescate d’estate, abbiamo l’acqua calda ogni volta che vogliamo farci una doccia, abbiamo gabinetti e quella cosa meravigliosa che è la morbida carta-igienica; abbiamo dentifrici, spazzolini, filo interdentale; abbiamo armadi pieni di vestiti, borse coordinate con le scarpe, e trucchi e creme per le rughe, e profumi, e libri, tantissimi libri e riviste; abbiamo i musei e la maledetta televisione, abbiamo la musica sempre nelle orecchie con i lettori mp3, il collegamento veloce a internet, abbiamo tre cellulari a testa, due auto e una moto, molti hanno la casa al mare, quella in montagna e una pure in campagna. Abbiamo giganteschi frighi pieni di cibi light o grondanti colesterolo. Siamo dei re, con il nostro scaffale pieno di formaggi, almeno quattro marche per ogni tipo. È tutta roba nostra, perché dovremmo dividerla con qualcuno che muore di fame, di guerra e di persecuzioni? Non sono cattolica, non sono cristiana: non credo, sono una agnostica molto confusa sull’aldilà, ma parecchio anche sull’aldiqua. Mi chiedo chi siano i cattolici, chi siano quelle persone che pregano Dio e gli chiedono solo cose per se stessi, quelli che vanno in chiesa lasciando il Suv posteggiato in seconda fila, quelli carichi di gioielli e vestiti firmati assurdamente costosi, cuciti per noi da masse di schiavi nelle fabbriche-lager sparse sul Pianeta.

È il nostro mondo, guai a chi lo tocca. Tornate “al vostro paese”, che qui non vi vogliamo. Bravi cattolici che fanno la comunione e battezzano i figli, e poi l’importante è solo avere una fede al dito per dire che credi nella famiglia, non importa se poi vai a puttane, paghi per trombare delle povere ragazzine disgraziate che in Italia pensavano di trovare l’Eldorado, tu sei un bravo cattolico perché quando vedi il Papa magari ti commuovi.

Qualche giorno fa ho sentito la notizia di una bambina di pochi mesi, figlia di immigrati, che è morta di asma, la mamma non aveva i soldi per curarla. Come è possibile in un paese che ha scaffali straboccanti di formaggi?

Anche io sono una privilegiata, un’egoista che ha paura di tutte queste masse di disperati, e me ne vergogno. Se è vero che non possiamo realmente accogliere chiunque, è anche vero che tutti i Governi europei dovrebbero affrontare il problema della povertà, che non significa  non poter andare in vacanza o comprarsi un vestito, significa non avere nulla da mangiare, non avere magari neppure i denti, o un paio di occhiali per vederci bene. Non ci rendiamo conto neppure lontanamente di che cosa sia la povertà.

Siamo una popolazione Alfa, e agli altri lasciamo solo le ossa.

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categoria:gatti, pensieri tristi, sfighe, violenza, uccelli, parassiti
martedì, 12 maggio 2009

Parlando di No Line, Bono ha dichiarato che "L'intimità è il nuovo punk rock": si riferiva a White as snow e credo anche a questa canzone, che è quasi una confessione.

Nelle intenzioni degli U2 questo disco dovrebbe essere un novello Achtung Baby! Così hanno posizionato alcune canzoni in collocazioni analoghe a quel disco di quasi vent’anni fa: Moment of Surrender al terzo posto come One, e questa Cedars of Lebanon in chiusura, come  Love is Blindness: con quest’ultima ha in comune una cupezza esemplare, un’azzeccatissima atmosfera, pur essendo completamente diverse. Love is Blindness era straziante, con una melodia ed un testo capace di commuovere; Cedars of Lebanon invece è secca, la voce di Bono un racconto lento e disincantato a completo danno delle sue doti vocali, ma al contempo perfetta. Questo pezzo è a mio parere incredibilmente intenso, ed è l’unico in questo album nel quale Bono è riuscito a dare la propria voce alla storia di qualcun altro. È Un capolavoro, anche se per “intenditori” (di certo non arriverà mai prima in classifica)

L’atmosfera è fosca sin dalle prime note di chitarra, subito seguite dalle percussioni che evocano e mantengono un ritmo tipicamente marziale: suoni di apparecchiature militari, come di spari da guerre stellari, voci ovattate che comunicano comandi via radio.

Il testo è bellissimo, esemplare, di quelli che raccontano davvero una storia e stimolano l’immaginazione, asciutto essenziale anche nella grammatica, e insieme evocativo.

          Bravi ragazzi, grazie.

 

È finito il mio lavoro, non so neanche io come ho fatto ad arrivare in fondo.

Ora potrei ricominciare con tutti i dischi precedenti: trent’anni di carriera, non sarebbe uno scherzo. Ma basta così, voglio tornare al mio vecchio blog.

 

 

 

Cedars of Lebanon

(musica di U2, Eno, Lanois; testo di Bono)

 

Yesterday I spent asleep

Woke up in my clothes in a dirty heap

Spent the night trying to make a deadline

Squeezing complicated lives into a simple headline

Ieri l’ho trascorso addormentato

svegliato nei miei vestiti in un mucchio sporco

trascorso la notte cercando di rispettare una scadenza

comprimendo vite complicate dentro un semplice titolo

[La voce è quella di un corrispondente di guerra, un uomo solo e allo sbando: è evidente che è stato sopraffatto dal mondo di cui deve raccontare]

 

I have your face here in an old Polaroid

Tidying the children’s clothes and toys

You’re smiling back at me

I took the photo from the fridge

Can’t remember what then we did

Ho il tuo viso qui in una vecchia Polaroid

Mentre riordini i vestiti e i giochi dei bambini

Stai restituendomi il sorriso

Scattai la foto dal frigo

Non riesco a ricordare cosa facemmo dopo

[Una donna, una famiglia lontana, ricordi felici: puoi vedere questo uomo con la sua foto in mano e lo sguardo perso nel passato]

 

I haven’t been with a woman, it feels like for years

Thought of you the whole time, your salty tears

This shitty world sometimes produces a rose

The scent of it lingers and then it just goes

Non sto con una donna sembra come da anni

pensato a te tutto il tempo, alle tue lacrime salate

Questo merdoso mondo talvolta produce una rosa

Il suo profumo indugia e poi semplicemente se ne va

[Una vita da lupo solitario, o forse cane randagio, nessuna relazione, un addio tra le lacrime di cui sente ancora persino il sapore; disillusione sulla natura del mondo, tutto merda, e quello che è bello dura un attimo evanescente come il profumo nell’aria]

 

Return the call to home

Ricambia la telefonata a casa

[Il coro è l’unica melodia, un imperativo quasi impartito dalla coscienza di sapere che si dovrebbe fare quella telefonata, che probabilmente non si farà]

 

The worst of us are a long drawn out confession

The best of us are geniuses of compression

You say you’re not going to leave the truth alone

I’m here ‘cos I don’t want to go home

Il nostro peggio è una lunga confessione allungata

Il meglio di noi sono talenti di compressione

dici che non lascerai la verità da sola

sono qui perché non voglio andare a casa

[Un bilancio, l’amarezza, e la sincera dichiarazione della voglia di distanza dal proprio mondo]

 

Child drinking dirty water from the river bank

Soldier brings oranges he got out from a tank

I’m waiting on the waiter, he’s taking a while to come

Watching the sun go down on Lebanon

Bimbo che beve acqua sporca dalla sponda del fiume

Soldato porta arance, è sceso da un carro armato

Sto aspettando il cameriere, ci mette un po’ ad arrivare

guardando il sole tramontare sul Libano

[Netto contrasto tra l’assoluta povertà di queste genti in aree di guerra, e un soldato che può permettersi la frutta. In molte interviste rilasciate dalla band prima dell’uscita dell’album si parlava di testi relativi alla guerra in Afganistan, ma quel paese è troppo lontano dal Libano, per quanto nella direzione astronomica giusta del tramonto]

 

Return the call to home

Ricambia la telefonata a casa

 

Now I’ve got a head like a lit cigarette

Unholy clouds reflecting in a minaret

You’re so high above me, higher than everyone

Where are you in the cedars of Lebanon

Ora ho una testa come una sigaretta accesa

Nubi empie riflettenti in un minareto

sei così alto sopra di me, più alto di tutti

Dove sei nei cedri del Libano?

[si rivolge forse a Dio in questi versi, sembra un’accusa, quella di essere troppo distante dalle terre devastate dalla guerra]

 

Choose your enemies carefully ‘cos they will define you

Make them interesting ‘cos in some ways they will mind you

They’re not there in the beginning but when your story ends

Gonna last with you longer than your friends

Scegli attentamente i tuoi nemici perché ti caratterizzeranno

Rendili interessanti perché in qualche modo si occuperanno di te

Non sono là all’inizio ma quando la tua storia finisce

dureranno con te più a lungo dei tuoi amici

[Questi ultimi versi sono quasi scioccanti in bocca a Bono, parole che non credo gli appartengano in alcuna maniera, ma perfetti per il giornalista che interpreta: duro, disincantato, cinico. E solo.

Le ultime due righe sono talmente desolanti e amare che la musica si interrompe prima, per lasciarle ancora più pesanti e lapidarie nell’aria, e la voce cessa di netto per farti rimanere ancora più male.

Questa canzone è un capolavoro]

 

postato da: bettyargento | Permalink | commenti
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