lunedì, 01 febbraio 2010

confetti           

 

          Pare che il Pew Research Center, centro USA di analisi dati, sia giunto ad una conclusione interessante: sposarsi oggi conviene piú agli uomini. La sensazionale scoperta, che va ad aggiungersi a quelle prestigiose dell’acqua calda e dell’uovo di Colombo, afferma l’inversione di tendenza degli ultimi quarant’anni: una volta per progredire economicamente e nella scala sociale le donne dovevano sposarsi (se ti sposavi un poveraccio era solo per amore), mentre oggi molte lavorano e non hanno piú vantaggi a contrarre matrimonio. Anzi, aggiungo io senza neanche farmi pagare tutti i dollaroni che il centro ricerche americano deve aver speso, oggi il matrimonio non solo non conviene piú alle donne, ma si puó dire che le danneggi: infatti l’uomo negli ultimi quattro decenni non si é evoluto molto, continua a costituire un tuttuno con la poltrona, tarda cioé ad acquisire in casa la stazione eretta e l’opponibilitá del pollice. Il piú delle volte evita i lavori domestici perché minano la sua mascolinitá e ritiene che siano compiti esclusivamente femminili; cosí tu donna, che hai passato i migliori anni della tua vita a studiare per raggiungere un buon impiego, se ti sposi ti troverai con un doppio lavoro e in definitiva con mezzo stipendio, perché tendenzialmente lui non muoverá un dito aggrappandosi alla difesa dei valori tradizionali della famiglia e cercando cosí di difendere l’ultimo baluardo della sua virilitá.

`        Un’altra ricerca, questa volta italiana, dice che al 33% delle italiane piace trascorrere il tempo libero davanti ai fornelli, mentre gli uomini preferiscono rilassarsi nel proprio studio. A parte che vorrei sapere quanti appartamenti hanno lo studio, ma che agli uomini nel tempo libero piaccia non fare un biiiiiip, si sapeva anche questa, da sempre: di certo quelli piú attivi e privi di studio appena possono si mettono davanti ad un granpremio, una partita di calcio o escono di casa, che i fornelli si sa é roba da femmine. Salvo poi affermare che i piú grandi chef sono uomini.

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categoria:donne, curiosità, parassiti
mercoledì, 20 gennaio 2010

-               Caro Sig. Paziente in Dialisi, ho due notizie da darle, una buona e una cattiva, quale vuole per prima?

-               Mi dica solo la buona e lasci perdere la cattiva

-               Cosí peró non avrá una visione d’insieme della situazione

-               Ok, allora mi dica la buona ad alta voce e la cattiva sussurrando

-               La notizia buona é che oggi pomeriggio é morto un tizio e c’é un rene nuovo fiammante pronto per lei; quella cattiva é che il suo chirurgo é a Roma e viaggia con Alitalia.

 

Immagino cosí la conversazione intercorsa oggi pomeriggio tra una persona bisognosa di un trapianto, magari in lista d’attesa da anni, e il medico curante: ero a Fiumicino e ho vissuto il retroscena del dialogo immaginario con i miei occhi (e anche con tutto il resto, ovviamente).

La giornata era andata splendidamente dal punto di vista avionico, avevo giá preso tre aerei, tutti partiti puntuali e arrivati – udite udite! – in ANTICIPO! Ma a fine giornata mi attendeva il volo piú critico, quello da Roma per tornare a casa: quando parto per una trasferta che implica aerei sono di norma rassegnata a ritardi, cancellazioni e pure a sentire le scuse piú improbabili pronunciate con un ombra di vergogna dagli addetti di Alitalia. Tanto per raccontarne un paio di quelle memorabili, qualche mese fa il volo decolló con un’ora di ritardo perché a loro dire mancava un giubbetto salvagente in cabina; la piú buffa me l’ha raccontata qualche giorno fa il mio capo che, dopo uno snervante ritardo riesce finalmente ad imbarcarsi ma l’aeromobile non ne vuol sapere di partire, quando il Comandante si sente in dovere di dare una spiegazione per calmare gli animi degli scalpitanti passeggeri, e annuncia piú o meno cosí:

- Qui é il Comandante, tra pochi minuti decolleremo, appena riusciamo a recuperare un passeggero che ci é scappato sulla pista.

...e cosí via, probabilmente la realtá supera qualunque fantasia.

 

Stasera dovevo imbarcarmi alle 17.15, mi sono diligentemente messa in coda, sono salita sull’autobus che ci avrebbe portato all’aeromobile e ho atteso minuti infiniti appesa al freddo tubo del bus: di lí a poco avrei scoperto che era in agguato il famigerato “guasto tecnico”, un brillante eufemismo per dire “scordati di decollare in orario”, ma anche “dimenticati di arrivare in tempo per andare al cinema”, e soprattutto “non possiamo surgelare il suo rene, forse dovremmo aspettare che muoia qualcun altro, beninteso se non muore prima lei”.

Una signorina Alitalia é venuta verso l’autobus e ha sussurrato ad un solo passeggero (il primo che le é capitato a tiro) che c’era qualche problema, poi é tornata dentro: questo é stato il massimo dell’informazione ricevuta, corrispondente a poco piú di nulla. La gente quando é in gruppo spesso si rincoglionisce, erano tutti lí inerti con il cervello in stand by, cosí sono scesa e sono andata a chiedere spiegazioni, poi sono tornata sull’autobus e ho fatto il lavoro della signorina Alitalia, ho condiviso le informazioni ricevute, raccogliendo persino i complimenti di un compagno di sventura per il mio “inusuale atto di coraggio", quello di pretendere delle informazioni. In linea di massima, diciamo la veritá, come consumatori di solito ci pieghiamo a 90 gradi e lasciamo che Alitalia faccia col nostro sedere quello che vuole: si chiama supina rassegnazione, nessuno dice una parola, tutti muguagnano tra i denti e stop. Ma a sorpresa un signore si avvicina al desk e fa presente che lui deve sapere se e a che ora decolla, perché a Genova lo aspettano per un trapianto e il paziente deve andare in pre-anestesia con tempi calcolati. Se fino ad un attimo prima pensavo che sarei stata dirottata su un altro scalo come l’ultima volta che ho preso l’aereo e sono finita a Milano, forse grazie alla sfiga di questo poveraccio che aveva probabilmente giá la schiena tutta pitturata di tintura di iodio e tubicini che entravano ed uscivano da varie parti del suo corpo, la situazione nebulosa fino a pochi minuti prima si é sbolccata e per magia hanno allestito un altro aeromobile: alla fine siamo atterrati con “solo” un’oretta di ritardo, e forse il tizio col rene nuovo ora é sotto i ferri o sta accendendo un cero a Santa Alitalia che gli ha fatto la grazia.

Per concludere, una informazione sconcertante: il suddetto chirurgo mi ha raccontato che non era la prima volta, che gli succede in continuazione, e non é inusuale che il nobile dono di un pezzo del proprio corpo per salvare la vita a qualcun altro sia stato sprecato per un “guasto tecnico”.

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categoria:racconto vero
domenica, 17 gennaio 2010
    Torino una domenica invernale. Cielo bianco e gelato, strade umide e bagnate, corpo infagottato piumino guanti cappello naso gelato, forse un accenno di mal di gola. La cittá sembra sbiadita, anche gli odori e i suoni. Piazze smisurate, palazzi sontuosi e austeri, il fiume che scorre calmo, tutto avvolto nell'evanescenza della nebbia.
   Forse é colpa di Gennaio, ma mi é sembrata una cittá in letargo, anche i muri dormivano. Dove non c'é colore sembra non ci sia vita.
    Le cose piú belle, la Mole antonelliana e la scultura ECO di 
Didou Marc, all'incrocio tra via Verdi e via Sant`Ottavio.


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categoria:inverno
venerdì, 01 gennaio 2010

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Erano ormai lustri che le cose giravano male. Quanto tempo? Non avrebbe potuto dirlo, di certo si era ancora nel millennio scorso quando la sorte gli voltó le spalle. Aveva potuto godere di un infanzia gioiosa, un’adolescenza priva di acne e crisi esistenziali, una gioventú con occhi chiari e fiduciosi, incorniciata da una testa piena di capelli e idee per il suo domani.

Anche la frutta piú dolce e polposa si corrompe col tempo, é naturale. Ma nel suo caso la sorte si era d’impovviso accanita con un’insolita cattiveria, dopo tanta generositá. Sarebbe oltremodo crudele elencare tutte le disgrazie che si erano susseguite negli anni a partire da un momento preciso ma ormai impossibile da identificare, perché all’epoca gli sembró solo un inciampo e non gli diede peso al punto di non riuscire mai piú a metterlo a fuoco. Ricordava solo di essere caduto dalla moto ed essersi rotto un polso a trent’anni: sembra una cosa da poco che capita a centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo ed é per questo che gli sfuggirono i contorni di un fato che in punta di piedi aveva fatto una piroetta girandogli le spalle. Di lí in poi la sua vita cominció ad incepparsi in tutti i meccanismi, tanto che oggi era un cinquantenne a cui solo un magroassegno di mobilitá faceva compagnia. Nessun altro: non aveva amici, i parenti quasi tutti defunti, emigrati o semplicemente disinteressati, la moglie lo aveva piantato portandosi via i tre figli in un altro Continente, e quel che é peggio aveva una cartella clinica di quelle che coinvolgono un intero ospedale di specialitá mediche; quando si guardava allo specchio vedeva un uomo infelice con enormi borse pendule appese sotto gli occhi, dimostrava cent’anni. Non sorrideva mai e non aveva motivi per farlo, avrebbe dubitato persino di esserne capace semmai gli fosse venuto in mente di sorridere, cosa che per altro non accadeva ormai da tempo. Il cuore gli si era fermato e lui era come uno zombie, un morto vivente deceduto tempo fa e condannato a peregrinare su questa terra ancora per chissá quanto tempo. Aveva imparato a non soffrire, a non piangere, a non desiderare quello che non poteva avere, era come un animale in letargo, col motore al minimo. Poi accadde che un giorno freddo di gennaio trovasse dietro ad un cassetto un minuscolo portamonete di pelle nera con sbiaditi gigli dorati. Conteneva una piccola chiave. Se la mise sul palmo e la guardó come si guarda qualcuno che si sa di avere giá conosciuto senza ricordarsi ne quando, ne dove e ne tanto meno il nome. Era fredda e sottile, di ottone chiaro e lucido come oro, gli parve impossibile che non si fosse ossidata rimanendo tanto tempo in un cantuccio mezzo ammuffito. Se la rigiró in mano, osservandone con attenzione la forma: era una chiave di quelle che aprono vecchi scrigni di legno o per dare la carica agli orologi antichi, una pendola o qualcosa di simile. La mise in tasca e per qualche ora se ne dimenticó. La sera a letto non riuscí a prendere sonno, si rigiró sotto le coperte per ore e poi verso le tre del mattino si risolse per alzarsi: si vestí pesante e scese in cantina, nel silenzio totale del palazzo addormentato. La porta della cantina era il suo ritratto: storta, scrosata, cigolante e rigonfia in alcuni punti. L’aprí con l’ausilio di un calcio, che rieccheggió nel vuoto del seminterrato accelerando il suo cuore per pochi istanti. Fece per accendere la lampadina appesa ad un filo in mezzo al locale strapieno di scatole e vecchi mobili, ma questa illuminó solo per pocchi istanti lo spazio, e sfrigolando come solo un filo di tungsteno sa fare si accomiató per sempre dal mondo. Buio freddo e puzzolente di muffa. Non aveva voglia di tornare in casa, perció rubó una lampadina condominiale, pensando fosse solo un prestito momentaneo, cosí come aveva fatto tempo addietro per la lampadina appena defunta: ragnatele, polvere, vecchi giornaletti e libri con le pagine ingiallite e gonfie furono sorpresi dalla luce fioca. Si mise a grufolare in una grossa scatola di cartone deforme, che conteneva per lo piú oggetti che da tempo avrebbero dovuto riposare in pace in una discarica. Passó poi a quella accanto, e mentre guardava un bicchiere di vetraccio velato dal tempo cercando di ricordare labbra e mani, pranzi e bevute, l’occhio gli cadde su una vecchia tenda di velluto blú che infagottava un oggetto, proprio lí davanti a lui sul ripiano mediano della vecchia scaffalatura arrugginita: appena toccó il tessuto questo sprigionó una nuvola di polvere come fosse stato uno spray di lacca per capelli, che lo fece starnutire per cinque minuti buoni, il tempo necessario ad esumare l’oggetto dimenticato da tempo. Era un orologio di legno intagliato che il velluto aveva preservato intatto, con il suo quadrante dipinto a fiorellini rubino e le lacette sottili dalla forma aggraziata. Anche i numeri erano ancora perfetti: sembravano caratteri degli anni ’20 ma l’orologio dovava essere molto piú antico o almeno cosí gli sembró. Poi si ricordó di aver venduto tutto quanto possedeva di valore quando era rimasto disoccupato per un anno dopo che lo avevano licenziato per la prima volta. L’orologio pesava molto per la sua sciatica, ma lo portó sotto la luce della lampadina che continuava ad oscillare inspiegabilmente, col medesimo moto perpetuo del pendolo di Focault: vide che tra il numero 6 e il perno attorno al quale giravano le lancette c’era il meccanismo per dare la carica. Non aveva con se la chiave trovata quel giorno, cosí decise di portare l’orologio in casa. In cucina lo posó sul tavolino pieghevole, come fosse stato un neonato a cui cambiare il pannolino, e quando infiló la chiave nel foro fu evidente che erano fatti uno per l’altra. Non diede subito la carica, prima spolveró l’orologio, ne pulí il vetro copriquadrante, puntó le lancette sull’ora esatta, quindi infiló la chiave nel foro con un dimenticato piacere quasi sessuale e cominció a girarla lentamente, col timore che si rompesse il meccanismo. Un giro, due giri. Tre giri. Osó arrivare a cinque giri e quando gli sembró che stesse per esplodere sfiló via la chiave ansioso di sentire il vagito dell’orologio. Ticchettava con un entuasiasmo fitto e regolare, come una persona che comincia a parlare dopo colazione e ha talmente tante cose da dire che potresti fermarla solo con una mazzata in testa.

Per la prima volta si sentí felice, non ricordava quando era successo l’ultima volta e in ogni caso era passato troppo tempo per credere che fosse successo davvero a lui. Se ne andó a dormire un attimo prima che la notte cedesse il passo all’aurora, quasi sorrideva, e dormí un sonno profondo e sereno. Si sveglió verso mezzogiorno e non si accorse subito che non era piú lo stesso uomo: non era solo l’umore, ma addirittura alcuni dolori sparsi in tutto il corpo che non lo abbandonavano mai erano quasi scomparsi. Il cielo era blu, l’aria gelata e secca, e nella sua casa solitamente fredda e silenziosa, un orologio ticchettava allegramente riempiendo lo spazio come sussurri di voci familiari.  

Gli uomini non credono alle favole, gli uomini non credo a quello che non vedono o che la scienza non puó dimostrare: cosí come questo uomo non aveva registrato il momento in cui la sua vita aveva cominciato a ruzzolare giú per la collina, cosí adesso non si accorse che il semplice gesto di dare la carica ad un vecchio orologio aveva rimesso in moto la sua sorte, aprendo la porta ad una vita nuova completamente diversa. Sarebbero presto arrivate molte persone a renderla piena e degna, persone che lo avrebbero amato e gli avrebbero fatto compagnia fino all’ultimo giorno, perché seppure ignaro di questo meccanismo magico e inspiegabile, non si dimenticó mai piú di dare la carica all’orologio della sua vita.

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categoria:racconto esoterico
giovedì, 26 novembre 2009


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Made in Nowhere. Una raccolta di racconti che hanno come filo conduttore i vestiti che indossiamo, sullo sfondo di una Genova fredda d’inverno e di un’umanitá che vive in dimensioni parallele distanti tra loro anni luce: le aspirazioni di un bambino  che ha attraversato mezzo mondo, l’amore senile di una coppia, lo Spirito Santo e una giovane donna, la metamorfosi di una donna matura, la fortuna di un uomo dall’indomabile appetito, si incontrano nelle trame e gli orditi di abiti fabbricati in “nessun posto” da mani senza volto con storie che aspettano solo di essere svelate.

 

 

Il libro si trova in vendita sul sito www.ilmiolibro.it: ordinarlo é semplicissimo, come prenotare un volo o un albergo. Arriva a casa in pochissimi giorni con un corriere SDA.

 

 

 

Qui di seguito un assaggio del primo capitolo!



È una gelida e asciutta sera d’inverno. Tira vento, quel vento iracondo di Genova, sfacciato e ficcanaso, che s’infila perfidamente nei vestiti, anche i più pesanti. Il buio è sceso a tradimento molte ore prima, quasi senza crepuscolo, portandosi via il ridicolo tepore di un mezzogiorno limpido e soleggiato.

Un bambino cammina furtivo sul marciapiede di pietra arenaria sconnesso come se la terra da sotto volesse cambiar pelle; si guarda in giro, sembra cercare con ansia qualcuno o qualcosa, inciampa su una lastra più sporgente e frana sull’uomo in loden verde e cappello proveniente dalla direzione opposta, che prontamente lo sostiene con pena quasi genitoriale, ma quando si accorge che il bimbo ha il volto di un piccolo Inca lo scansa come un appestato nel timore di prendersi i pidocchi o qualche altra sudiceria d’importazione. Si chiede cosa ci faccia un bambino così piccolo da solo in giro a quest’ora, avrà al massimo otto o nove anni: l’uomo è solito fregiarsi d’esser di ampie vedute e indole comprensiva e solidale ma non fa in tempo a sondare l’anomala situazione che il piccolo è svanito nel buio. Si fotta, che arrivo tardi al ristorante, pensa risolvendosi ad accelerare il passo e lasciandosi dietro l’urto di una vita che non avrebbero mai dovuto toccare: un altro delinquente in erba, candidato all’ingresso in una baby-gang, domani pronto a puntarti un coltello alla gola per portarti via il cellulare e l’orologio. L’uomo si vergogna dei propri pensieri nello stesso istante in cui li formula, hanno preso corpo nella sua mente senza l’approvazione preventiva della sua coscienza progressista, ma gli basterà varcare la soglia del luminoso e caldo locale in cui sta per cenare, per rimuovere ogni pensiero, rimorso, fugace preoccupazione. Come nulla fosse accaduto perché la vita è fatta di miliardi di insignificanti collisioni.

Il piccolo Inca nel frattempo si è nascosto tra due auto posteggiate lungo il corso della Circonvallazione a monte, fa finta di cercare qualcosa tra la polvere sotto una vettura, inutilmente perché ormai nessuno si cura più di lui, i pochi passanti tirano via veloci come questo vento impietoso di tramontana, ansiosi di sottrarsi alle lame taglienti delle raffiche che sferzano senza pietà i visi scoperti. Con circospezione riprende il suo cammino sul marciapiede alberato, dove i poderosi lecci appena potati sembrano paralizzati dal freddo, i rami monchi e nudi come braccia al cielo in un gesto di rassegnata arrendevolezza ai rigori della stagione. Cammina lungo i signorili palazzi inizio Novecento, quegli stessi dove lavora la sua mamma, sino a che giunge ad un semaforo, attende diligente il verde, poi attraversa di corsa la strada non fosse che qualcun altro si chieda ancora cosa ci fa un bambino da solo per strada a quest’ora.

Dall’altra parte, vicino al bidone per i rifiuti, ci sono una campana per la raccolta della carta e un grande contenitore di metallo verde che reca la scritta bianca RiciclAbiti. Cerca nei dintorni del bidone un oggetto utile ad elevare la sua modesta statura, poi scorge alcune cassette di plastica nere, quelle del fruttivendolo che una volta erano di legno, ne prende tre e le sovrappone instabili una sull’altra. A stento raggiunge finalmente la grande maniglia del bidone verde. E’ pesantissima, pensa che non riuscirà mai a spostarla con una sola mano, e l’altra gli occorre per afferrare uno dei sacchetti contenuti nel bidone. Fa freddissimo, ma il piccolo Inca suda per l’agitazione di questa audace missione, sente i vestiti appiccicarsi addosso, e il vento raffreddare la pelle come un ghiacciolo alla menta le labbra d’estate. Scende dalla scala di fortuna e raccoglie una quarta cassetta della frutta, se la sistema in precario equilibrio tra la testa ed una spalla, dovrà essere sufficientemente veloce per incastrarla nell’apertura una volta spinta con due mani la pesante maniglia del bidone. Guarda circospetto a destra, poi a sinistra con la coda degli occhi e senza quasi muovere il collo, ora è il momento buono, non passa nessuno: uno due tre, con uno sforzo straordinario il coperchio si apre, cigolante come un mostro nascosto in un castello incantato, il bimbo reclina il capo, la cassetta s’incastra malamente ma lo scopo è raggiunto, le fauci del mostro sono spalancate. La plastica della cassetta scricchiola, sarà costretto ad essere veloce se non vuole rompersi un braccio dentro la tagliola. Butta le mani verso il buio pesto del bidone per afferrare il primo sacchetto, ma non c’è nulla di raggiungibile dai suoi corti braccini che vagolano sconcertati nel vuoto, gli addetti devono averlo svuotato da poco; ci sono solo alcuni involucri troppo lontani per le sue mani, sta per arrendersi quando pensa che forse, se si sporgesse solo un poco col busto verso il basso, potrebbe afferrarne uno, almeno uno che giustificasse la fatica e il rischio di trovarsi qui in questa situazione pericolosa e imbarazzante. Si piega nel vuoto, la pelle della schiena si scopre sudata al vento gelido, pensa con fugace preoccupazione forse domani avrò la polmonite, tende le braccia verso il fondo come se potessero diventare quelle estensibili di un cartoon, e ancora non basta a raggiungere alcunché. Si sporge ancora, e poi ancora un poco, e ancora, sino a quando sì, ecco che ha afferrato il lembo di un enorme sacchetto spesso e scivoloso, lo tira a sé ma è così pesante che nella lotta vince il sacco pieno di indumenti, quasi fosse dotato di una propria volontà a non uscire dal bidone verde: in un attimo il mostro di ferro inghiotte il piccolo Inca, lo mastica tra i sacchetti che lo accolgono come una morbida lingua, il coperchio si richiude scricchiolando e cigolando dopo aver sputato come un’inutile lisca di pesce la cassetta che bloccava il meccanismo d’apertura. Clonk. Il buio, assoluto.

 [...]

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categoria:libri
venerdì, 06 novembre 2009

Oggi pomeriggio, tre anni fa, ti abbracciavo per l’ultima volta.
Il tempo ha graziato le mie mani del ricordo di toccarti, e ti vedo ancora in fondo ai miei occhi e ti sento ancora, in ogni tuo colore.
Un pomeriggio di sole e tutti gli orologi fermi per ore.





http://bettyargento.splinder.com/post/14647680/6+Novembre+2006

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domenica, 01 novembre 2009

Sono tornata a casa ormai da un mese e NY dentro di me si sta piano piano sbiadendo come i petali di un fiore chiuso dentro un libro. Qualche amico che ancora non ha visto le foto rimarrá orfano dei classici commenti relativi al soggetto ripreso, e dovrá accontentarsi di “Uhm.. qui é... come si chiama... e questa, si.. ‘spetta che guardo su Google earth... qui.. non mi ricordo, vabbé dai, é Manhattan!”. Una didascalia buona piú o meno per il 90% delle immagini.

 

Eravamo rimasti al concerto degli U2.

Il giorno dopo, il 24 settembre, sono andata finalmente al famoso Metropolitan Museum: la mia guida dice che é il piú grande al mondo, e alla fine della giornata i miei piedi non ne dubitano, ma se devo dire il vero ho il ricordo di un Louvre talmente vasto che la sera in albergo sdraiata sul letto sembravo piú morta di una mummia egizia. In questi grandi musei ci sono talmente tante meraviglie, troppe, che dopo un po’ passi davanti ad un Picasso degnandolo di mezzo sguardo sbieco, e ti vergogni pure perché chissá magari poi gli altri credono che se non ti fermi almeno cinque minuti non capisci prorio un cazzo d’arte, mentre tu pensi “se vedo ancora un quadro vomito”. Io che ho studiato arte ho pure una resistenza piú alta della media,  ma mi chiedo cosa vedano e cosa provino le orde di turisti che si accalcano davanti ad opere antiche e moderne. Con le migliori intenzioni ho cominciato a visitare il Metropolitan gustandomi con calma la scultura antica, facendo innumerevoli foto e chiedendomi come cavolo tutto quel ben di Dio greco-romano si trovasse negli Stati Uniti. Girando tra i marmi ero accompagnata dalla sensazione di essere stata in qualche modo “derubata”, perché qualcuno si era preso il disturbo di fare attraversare l’Oceano Atlantico a tutte queste meraviglie? Me lo sono chiesta ma poi mica ho indagato. Ecco una bella domanda da inserire nel campo di ricerca di Google, invece di perder tempo dietro agli U2.

Cazzo, ma lo sapete che hanno persino staccato degli affreschi dal sito archeologico di Boscoreale? Erano lí, dall’altra parte del mondo, magnifici a campeggiare sulle pareti del museo, e una sala l’hanno persino ricostruita al vero. Con la nostra cultura. Ma non si son fatti mancare niente, hanno saccheggiato piú o meno tutto il mondo per creare questo gigantesco museo che ti permette di fare un giro dell’arte del Pianeta. Ora non vorrei che sembrasse un’accusa, insomma magari qualcuno gliele ha vendute tutte queste opere. No coment.

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Il Guggheim, visitato qualche giorno prima, e di cui ho brevemente giá accennato in uno dei post precedenti su NY, é un museo dalle dimensioni piú umane, e ti puoi persino permettere un paio di zeppe per vestirti almeno per un giorno come una donna, con una gonna e le gambe al vento, invece di essere sempre un essere asessuato informe dal quale spuntano come unici tratti distintivi una mappa ed una fotocamera. Certo se la tizia che spingeva la sedia a rotelle di una signora inferma avesse evitato di tranciarmi di netto il tendine di una caviglia forse sarebbe stata una giornata migliore e non avrei trascorso mezz’ora a frizionare l’articolazione, ad ingoiare lacrime e insulti in italiano, che quando sono furiosa non mi escono mai fluenti in inglese, e poi come diavolo fai a prendertela in una situazione cosí? Hai solo un bozzo blu grosso come una prugna sotto il malleolo destro, che pulsa e lampeggia come la sirena della polizia, mentre quella donna non cammina: soffri e ti senti pure una merda perché hai il privilegio di percorrere con le tue gambe la galleria di Frank Lloyd Wright, uno spazio che crea sensazioni forti e indimenticabili. Ma ormai é fatta, peró la discesa me la gusto cercando dignitosamente di non zoppicare, mentre converso mentalmente con Wright e gli sorrido ad ogni passo.

Tornando al Metropolitan, sul tetto c’é una interessante installazione metallica, una sorta di enorme radice contorta di ferro, tra i cui rami si incorniciano lembi di Central Park e di grattacieli. Esco dal museo felice, grazie al genio degli artisti di tutti i tempi e di tutto il mondo, ed é una sensazione che infonde quella fiducia nell’umanitá di cui solitamente difetto.

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Venerdí 25 settembre é la giornata dedicata ad Harlem. I giorni si sono snocciolati veloci, giá dieci che vivo sotto questo cielo, ancora pochi davanti a me per completare il mio itinerario. E sinceramente se non fossi andata ad Harlem mi sarei risparmiata i soliti dolori articolari alle estremitá senza perdere niente di ché. Nella mia fantasia poteva essere un ghetto orrendo, in realtá non é male, ma si vede che qui la gente é decisamente piú povera, e decisamente piú nera, il che la dice lunga sulle permanenti difficolta di una vasta popolazione di newyorkesi. La guida mi propone alcune visite che si rivelano piuttosto insulse, ma ormai é fatta. Quando i piedi sono ormai un mucchietto d’ossa scomposte e deluse, prendo la metro e vado alla Columbia University per pranzare con un uomo conosciuto il sabato prima ad un party. Era visibilmente interessato alle mie grazie, cosa che mi mette un po’in difficoltá perché l’attrazione non é reciproca, peró mi dico che fa parte del mio percorso di viaggio un minimo di socievolezza. La mossa si rivela una cazzata memorabile: pensavo di riposarmi un po’seduta a mangiare conversando e invece il tizio decide di farmi visitare tutta la Columbia compresi i dintorni, i tetti, i giardini e altri anfratti, dove temo piú di una volta che ci provi. Quando i miei piedi strisciano chiedendo pietá gli suggerisco di andare a mangiare e ci sediamo in un posticino carino ma sulla strada trafficata, un po’rumoroso. Mangiamo entrambi una quiche di verdura con contorno d’insalata. Lui si scusa per aver provato a baciarmi una guancia (io sono prontamente sgattaiolata via come si fa quando un grosso calabrone peloso ti ronza su un orecchio), poi gli confesso che sono mezza fidanzata perché come diavolo fai a dire a uno che non ti interessa perché lo trovi terribilmente somigliante a Fred Flinstone (e tu non ti senti per niente Wilma), ne tanto meno sei interessata alla clava? Parliamo brevemente dell’uomo che ho lasciato in Italia (ovviamente non gli dico che é un autentico coglione), e come un bambino vuol sapere se l’ho giá baciato. Baciato? Ora capisco quando dicono degli americani puritani. Dopo che gli ho comunicato che lunedí torno in Europa, lui mi guarda sconsolato e dice “non ci vedremo mai piú?’: se fossi una vera stronza gli direi che non vedo l’ora di alzarmi da quella sedia e fuggire lontano, ma sono una stronza virtuale e mi limito a vedere la scena nella mia testa come in un film, poi cerco tra le poche disponibili in quel momento una faccia di circostanza, che probabilmente non ha beneficiato del corso di improvvisazione teatrale. Insomma, lui a fine pranzo quasi non parla piú. Diavolo, sono giá le 4! Dovevo essere giá al MOMA e invece sono qui con questo tizio che porta una T-shirt sporca sotto la camicia, che mi invita a pranzo e poi paga alla romana e si tiene pure il mio resto mentre io vado in bagno. Negli ultimi tempi sto iniziando a pensare che se uno ti invita a mangiare insieme e a te non piace, NON CI DEVI ANDARE, CAPITO?

Ancora New YorkAncora New YorkAncora New YorkAncora New York

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categoria:new york
domenica, 18 ottobre 2009

Venerdí sera ho assistito alla performance dei Vico Road, una tribute band degli U2 di recente formazione. Roby, un amico molto vicino al gruppo musicale, me ne aveva giá parlato mesi or sono, e per mettere le mani avanti li aveva definiti dilettanti.

La cosa buffa é che quando sono arrivata nel locale, suo fratello, che é l’Adam Clayton della band, vedeva quasi con timore il mio giudizio come fossi stata una super-esperta di musica degli U2. In veritá sono solo una super-amante della loro musica, e di certo non sono in grado di giudicare le capacitá musicali e vocali di questi ragazzi (diciamolo francamente, a me gli U2 piacciono anche cantati con una chitarra tra amici tutti stonati). Posso solo dire che la loro performance mi é piaciuta moltissimo. Mi hanno conquistata, forse per aver inserito Stay in scaletta, ma anche per una convincete esecuzione di Exit, cattiva al punto giusto, e poi anche perché ne ho visto le grandi potenzialitá dovute all’amore per la musica degli U2, alla scelta di non cercare di imitare l’aspetto di Edge, Larry e Adam (a volte si puó risultare patetici), e in fine ma non ultimo (anzi forse per primo) il loro Bono é davvero somigliante e ha una bella voce potente. Appena l’ho visto con le luci accese l’ho trovato simile, ma con le luci spente e gli occhiali scuri... ancora un po’ e mi veniva un coccolone, era Bono!!!

Per non farmi distrarre dall’organo della vista spesso ho chiuso gli occhi per gustare meglio le canzoni e si, sono bravi.

 

Ci sono cose da mettere a punto che potrebbero deludere un pubblico piú esigente, ma sono sicura che loro ne sono perfettamente consci:

-         Bono dovrebbe imparare bene i testi a memoria. É pur vero che anche il Bono originale a volte si dimentica le parole, oppure sbaglia le strofe come nella discutibile esibizione del Saturday Night Live raccontata nel post precedente

-         Bono dovrebbe migliorare la pronuncia dell’inglese e muoversi con gesti piú energici, legati intimamente alla musica, ovvero interpretare testi e musica anche con il corpo (sicuramente era impedito da un palco grande come un coriandolo).

-         Vorrei si sentisse di piú il basso di Adam.

 

Prima dell’esibizione Edge mi ha raccontato di quando sono andati al mare in Costa Azzurra e, sdraiato sulla spiaggia vicino al cancello della villa di Bono, se lo é visto passare accanto con la famiglia; per non parlare di quando ha messo una mano sul vetro del finestrino dell’auto di Bono e lui da dentro ha fatto lo stesso sulla sua mano oltre il vetro, in un gesto umano veramente bello, immagino infinitamente emozionante soprattutto per un fan. L’ho invidiato moltissimo, e comincio a pensare di dover organizzare un viaggio a Eze (Dublino e New York sono un po’ dispersive).

Sulla loro pagina di MySpace potete trovare le loro prossime date, qui di seguito alcune foto prese dal loro sito







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categoria:u2 , tributeband
lunedì, 12 ottobre 2009

27U2LE FOTO DEL POST SONO TUTTE DI BETTY ARGENTO!

Quello stesso sabato penso che sono giá quattro giorni che vivo nella stessa cittá in cui si trovano gli U2. Cavoli, non mi era mai successo, anche quando sono stata un mese a Dublino, loro erano a Eze.... Peró NY non é un piccolo borgo in Costa Azzurra, ahimé, e ho piú probabilitá di fare 6 al Superenalotto trovando la schedina vincente per strada, che incontrare anche solo un membro della band, per esempio a Central Park o a bere stout da Mc Sorely.

Quel sabato sera loro sono ospiti di un programma tv, il Saturday Night Live, NBC Studios, Rockefeller Centre. So dove sono gli studios, ci sono giá stata qualche giorno fa. Idea: vado a fare la “grouppy d’annata”, a urlare, a strapparmi i capelli e gridare I love you. Idea peregrina prontamente accantonata, mica per altro, ma non vorrei perdere del tempo ad aspettare all’ingresso sbagliato. E cosí vado da Mc Sorely, e la storia la conoscete giá (post precedente).

Peró la mattina dopo su YouTube cerco la performance televisiva della sera prima e li trovo subito i miei adorati irlandesi: ci sono Moment of Surrender e Breathe. Vedo il primo, e lo trovo non all’altezza della piú grande band del mondo: Bono appare teso, anche gli altri lo sembrano, soprattutto dopo che Bono sbaglia il primo ritornello, e canta I WAS SPEEDING IN THE NUMEBER anziché I WAS PUNCHING IN THE NUMBER. Sono in diretta, la regia inquadra lo sconcerto degli altri tre (“Bono, che cazzo dici?” dipinto sui loro volti, in sequenza quasi beffarda) prontamente mascherato dalle espressioni che si fanno super-serie, impegnate, tese. Dopo questo errore mi pare la canzone vada completamente a schifio. I miei beniamini si mostrano per la prima volta ai miei occhi come esseri umani, che sottoposti a stress possono sbagliare. La cosa curiosa é che quei filmati spariscono velocemente da YouTube, la NBC li fa togliere dalla Rete dichiarando che violano i loro diritti, e al loro posto dopo qualche giorno compare altro. In particolare il filmato di Moment of Surrender che potrei definire “marmellato”: Bono sbaglia sempre la strofa, ma nell’insieme la performance é di tutto rispetto. La definizione del video é passata da ottima a inguardabile, pochi pixel che li mostrano tutti a quadretti come un mosaico bizzantino. Bono, Bono, Bono... dovresti prenderti una pausa invece di fissare le date per il tour del 2010: ti voglio bene ancora di piú, ora che so che puoi stonare quasi come me J

Peró il concerto di mercoledí 23 settembre al Giants Stadium nel New Jersey, dall’altra parte dell’Hudson, é stato un gran bello spettacolo. Sono partita sperando che la vacanza mi regalasse quest’esperienza, e mi ero anche poi facilmente rassegnata a perderlo perché era sold out da mesi; poi Andrea mi ha fatto questa meravigliosa sorpresa, trovando i posti prato che avevo giá sognato invano per la data di Milano. Quella sera erano con noi anche alcuni amici di Andrea, tra i quali Tom, che di questo 360Ëš Tour 2009 si era giá visto due serate... e il giorno dopo avrebbe visto anche la quarta... e in ottobre la quinta e la sesta! Un estimatore incredibile, direi anche un fedele azionista degli U2!

 

Speravo che ci potessimo recare allo stadio giá nel primo pomeriggio, per conquistare un ambito posto sotto il palco, dal quale all’occorrenza mi sarei potuta catapultare sopra per balbettare a Bono qualcosa priva di senso, ma soprattutto vederli da vicino e scattare ottime foto. Ma...

...Sono stata accusata di non pensare positivo per aver osservato che partendo da Manhattan alle 18.30 con un gigantesco van per 8 persone avremmo rischiato di rimanere imbottigliati nel traffico, e arrivare a concerto cominciato, perdendo quasi sicuramente i Muse che aprivano la serata, e adattandoci a posti distanti dal palco (inficiando il culo di avere posti prato). L’ottimismo di chi pensa che tutto fili liscio partendo cosí tardi lo trovo di una ingenuitá sconcertante, e mal riposto al 99%. Giunti allo stadio piuttosto tardi (due ore di viaggio quasi a passo d’uomo) ero emozionatissima, sembrava come San Siro, anche lí circa 80.000 persone. I Muse ovviamente avevano finito (cazzo, cazzo, cazzo), ma gli U2 dovevano ancora cominciare, e si sono fatti pure attendere. Lo spettacolo era praticamente uguale a San Siro, giusto qualche piccola variazione sulla scaletta. Ma c’erano altre grosse differenze:

 

  1. il pubblico italiano é piú scatenato, anche fisicamente
  2. in New Jersey ci dan dentro con la birra, prima e durante il concerto
  3. io non ero lontana anni luce dal palco, ma assai vicina
  4. se provi a conquistarti una posizione piú avanzata ti guardano malissimo
  5. in US ci sono meno uomini pelati che in Italia, perché?

 

In conclusione ero molto prossima al palco ma non abbastanza da farmi battere forte il cuore, troppa gente davanti a me oscurava spesso la scena; credo mi si sia allungato il collo di dieci centimetri per cercare di veder qualcosa, e ho odiato profondamente tutta la sera un tizio davanti a me con una gigantesca fotocamera che tutte le volte che provavo a scattare una foto provocava un’eclissi totale col suo mastodontico apparecchio.

Ho cantato a squarciagola tutte le canzoni e mi sono sentita veramente felice: a qualcuno sembrerá una cosa stupida, ma ascoltare la loro musica, cantare quelle canzoni, farlo insieme a migliaia di persone, e soprattutto farlo CON gli U2, produce in me un tipo di felicitá ben preciso, quella dei giochi appassionanti dell’infanzia: quando sei dentro, completamente dentro:

…let me in the sound,

let me in the sound sound,

let me in the sound sound,

let me in the sound...

 

Ecco qui di seguito una valanga di foto selezionate tra le migliori che ho scattato quella sera: da notare che non ce n’é neanche una decente di Edge, ahimé. Quelle scattate ad Adam e Larry sono le migliori, perché i soggetti sono piú statici, almeno la testa la tengono ferma. Bono e Edge non stanno fermi un secondo, e poi l’illuminazione bastarda, gli spintoni dei vicini proprio mentre facevo clic, e forse non essere abbastanza vicina al palco.
Enjoy!!!


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categoria:new york, concerto, bono vox, u2
mercoledì, 07 ottobre 2009

Un diario a casaccio. D’altra parte il caos é l’ordine naturale dell’Universo, perché opporsi?

L’ultimo episodio comincia con la partenza, e i ricordi di una vacanza appena conclusa. Mentre andavo lunedí sera in Starr St. a prendere la mia ultima subway L, questa volta non direzione Manhattan ma quella opposta e definitiva, Broadway Junction e poi Howard Beach fino a qui, al terminal 7 del JFK, beh, dicevo, in Starr St. ha cominciato a piovigginare, fina fina, come domenica mattina. Ma quando la subway é emersa dalle viscere della terra per diventare un treno, pioveva a dirotto, precipitazioni piú consone ad altre latitudini. Di Manhattan piú nessuna traccia, in lontananza solo una vaga sagoma di gobbe grigie informi e un’anomala palla di fuoco rossa velata dalla distanza e dalla pioggia, una visione quasi post atomica.

Dicevo di domenica mattina, una pioggerella sottilissima, che ti chiedi come possano fabbricarla con delle goccie cosí piccole: non é neanche proprio esatto dire che la pioggia cadeva, era piú che altro nebulizzazata in tutte le direzioni. In ogni caso ha rotto le balle, perché prova a girare per strolling con mappa, fotocam e ombrello, e l’orlo dei pantaloni fradicio fino a mezzo polpaccio. Giá non mi sentivo granché bene, mal di testa, forse un pó di febbre, e sore throat e giramenti di testa. Sará stata la pioggia presa sabato notte al Greenwich Village con Dave e Andrea, tutti e tre senza ombrello e neanche un fucking taxi disponibile per tornare a Brooklyn. Cosí domenica non ero proprio al top della forma fisica, ma era l’ultima chance per vedere il Giardino Botanico di Brooklyn. Arrivarci non é stato facile, ne tanto meno venir via, perché in quel weekend avevano soppresso alcune linee di metro verso Manhattan, e quindi i miei piedi giá duramente provati dalla giornata, hanno ricevuto il colpo di grazia con un’addizione di km non previsti. Mi sentivo le estremitá come fossero ognuna un sacchetto di pelle preso a martellate con dentro tutte le ossa scomposte. Peró Dio se ne é valsa la pena! L’orto botanico era MERAVIGLIOSO, vasto, curatissimo, stupendo anche nella cornice autunnale di una giornata bagnata grigio opaco. Immagino questo amore per il verde provenga dalla cultura anglosassone e, forse ancor piú, da quella irlandese, la sua bellezza mi ricordava i Green vissuti a Dublino. Ho scattato trilioni di foto aggraziate dalle goccie di pioggia, visto incredibili bonsai, strani uccelli tipo pettirosso oversize (versione obesa americana?), un laghetto giapponese molto zen, colmo di pesci rossi grossi come cinghiali che si aggiravano lentamente sotto la superficie, con andatura squalesca. E poi un enorme uccello, tipo airone, di quelli con le zampe lunghe lunghe, e il becco lungo e sottile: era solo e pure un po’ timido, ho dovuto rincorrerlo per il bordo del laghetto jap, finché non si é lasciato catturare da un paio di shot, uno dei quali fonte per me di grande soddisfazione, alla National Geographic. E che dire del leprotto che mi é comparso d’improvviso sotto il naso? Tenero battufolo di pelo. Anche i laghetti con ninfee e altre sorprendenti piante mi hanno rallegrato il cuore. E ció che é ancora piú delizioso é che eravamo al massimo in tre in tutto il giardino, quindi la godibiltá del luogo non é stata funestata dalle solite orde di turisti rumorosi e sgomitanti.

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Finito il giro ho preso di nuovo la metro da Grand Army Plaza e sono scesa a Brooklyn Heights, per la terza e ultima volta. Il mio posto preferito. Se avessi una nuova vita da vivere a NY, quello sarebbe il mio posto ideale, lontano da Manhattan ma con lo spettacolo dei ponti, dei grattacieli e dell’East River sotto gli occhi; casette a schiera in mattoni, molto Irish, viali ad una carreggiata, alberi, tranquillitá e un baretto vicino, in Hicks St che prepara delle grandiose pite con falafel, da leccarsi i baffi (salvo che poi la cipolla andrá su e giú per lo stomaco tenendoti compagnia for long long time).
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Ma son saltata di palo in frasca o, come dicono a NY, I’ve jumped from pylon to branch (joke): volevo dire dell’ultimo giorno in NY che, sveglia di buon mattino, alle 9 ero giá sull’Empire State Building: pensavo la massa di turisti arrivasse un po’dopo, ma in realtá nella seconda metá di settembre la cittá pullula di pensionati che, si sa, mica dormono fino a mezzogiorno: una valanga di spagnoli, ma la terrazza all’86esimo piano rumoreggiava di idiomi provenienti da ogni dove. Cara Beth, hai fatto male i tuoi conti, cosí mi son dovuta dire appena gli occhi hanno abbracciato il vasto scenario di Manhattan vista dall’alto. Non avevo pensato a quella cazzo di nebbiolina mattutina che non si dissolve prima del mezzodí, cosí le foto non sono proprio nitide come avrei voluto. Ma come giá disse qualcuno per nobilitare un difetto di definizione fotografica, le immagini sono risultate con un grazioso effetto “morbido”, e dai, in fondo non sono malaccio, anche se devi sgomitare per avere un posto vicino al muretto per infilare la fotocam nella griglia anti-suicidio.

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Il resto di lunedí l’ho trascorso nel vano tentativo di fare shopping. Risultato fallimentare: zero acquisti. Ho provato un mucchio di vestiti, ma per un verso o per l’altro niente andava bene, fucking bastard american size. E poi si sa, sono una donna anti-shopping, una specie di prodotto uscito anomalo dalla fabbrica dell’umanitá. In fine, ho fatto un ultimo salto da Whole Food, che mi ha spesso nutrita in queste due settimane, per comprare dei brownies, e ho finito in bellezza a far finta di leggere il freepress AM seduta al sole prossimo a sparire dietro uno skyscraper sui gradini di Union Square. Volevo che fosse il mio ultimo piacevole ricordo di Manhattan, al sole, davanti a quel palazzo con l’orologio digitale e il vapore che esce da una specie di scultura, che mica l’ho capito in due settimane che cazzo é. 

Sabato é stata una giornata molto simile a quello precedente: pantaloncino corto, canottiera, mp3 con la mia compilation U2VELOCI, che da anni sostengono il ritmo del mio fitness, via di corsa a Central Park. Questa volta ho imboccato il path sul Jacqueline Kennedy Onassis Reservoir nella giusta direzione, ma c’era comunque qualche rinco che, come me la settimana prima, andava contro mano. L’ho percorso tre volte, poi mi son rotta le balle e ho deciso di andare ad esplorare l’area nord del parco, quella che confina con Harlem: c’era un bel piccolo laghetto, per il vero con una specie di schifezza schiumosa in alcuni punti della superficie, ma nell’insieme bello, con un mucchio di paperelle, cigni e uccellini grassottelli vari. E anche una bella restroom dove dar sfogo ad un inderogabile effetto della diuresi. A proposito, volevo raccontare dei gabinetti che ho utilizzato nei miei giorni di turista a NY. Due cose da notare: il sistema con pareti ridotte al minimo, che ben conosciamo dalla letteratura cinematografica, che basta allungare un po’il collo in alto o abbassarsi a guardar sotto, ed ecco lí che la privacy é bella che fottura. E poi ho utilizzato un gabinetto buffissimo, che giuro non mi ricordo dove diavolo l’ho visto, ma sarebbe stato da filmare: la tavoletta era avvolta da uno strato di plastica e ad ogni scarico dello sciacquone si cambiava da sola scorrendo via come il belt delle valigie negli aeroporti. Gradioso.

Central Park é sí il polmone verde di NY, ma in realtá l’aria é comunque abbastanza puzzolente, le auto lo assediano sia lungo tutti i quattro lati, che addirittura con alcuni percorsi interni di attraversamento da est ad ovest. Peró bello davvero, gente che corre (tutti con la loro musica portatile), gente che pattina, che pedala, giovani vecchi, ciccioni o in forma. A proposito, c’é anche qualche pazzo che gira coi pattini per le strade di Manhattan, in mezzo al traffico, o con la skateboard o persino in monopattino.

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Dopo la corsa sono tornata a casa a Brooklyn per la doccia, quindi sono andata di nuovo a Manhattan per fare alcuni acquisti. Penso che ho proprio bisogno di un podologo, i due sacchetti con dentro le ossa alla rinfusa gridano help me: se i miei piedi avessero un contachilometri probabilmente avrebbe totalizzato la distanza tra la Terra e la Luna.

La sera di sabato avevamo un altro party, ma sull’argomento Andrea era stato piuttosto vago: mi ha dato appuntamento al pub irlandese Mc Sorely, tra la 7th St e la 3rd Ave, ma quando arrivo con un una decina di minuti di anticipo entro e non ci sono ne lui ne Dave. Il pub sembra quasi un pezzetto d’Irlanda incastonata in Manhattan, come un enclave di birra stout e legni scuri, gran vociare incomprensibile, sorrisi e allegria da sabato sera alcolico. Esco fuori, mi siedo su una botte di legno all’ingresso, vicino a me un ragazzo che subito non avevo capito fosse di guardia per vietare l’accesso ai minorenni. Cominciamo a parlare e scopro cosí che é irlandese di Limerick: ah! dico, come Frank McCourt, he’s a genius! E lui mi corregge, he was, recentemente é andato under ground, usa questo crudo eufemismo. Cavoli, ci rimango male, il mio amato Frank non é piú tra noi. Era un geniale narratore, e le sue Ceneri di Angela rimarranno per sempre nel mio cuore, come pure tutta la mia con-passione per la storia travagliata dell’Irlanda e il mio amore per l’ironia di quel popolo. E poi scopro pure che anche lui mercoledí era al Giants Stadium nel New Jersey (ah, giá non ve lo avevo ancora detto che il 23 settembre ho  passato una memorabile serata con gli U2 a rivedermi il 360Ëš Tour!!!).
McSorely
Ad un certo momento Dave esce come catapultato fuori della porta. Sta parlando al telefono e mi fa un cenno allontanandosi a conversare un po’ distante dall’ingresso al pub. Quando finisce scopro che Andrea me lo ha rifilato per la prima parte della serata, mentre lui é ad una festa alla quale noi non siamo invitati. Ok, per me va bene, Dave mi pare un tipo interessante. Quando parla adagio. Diversamente non colgo una parola che sia una. Bilancio: Dave mi fa passare una bellissima serata, molto piacevole, lui si comporta da vero gentleman, é simpatico e premuroso: ci scoliamo un numero imprecisato di half pinte di stout al pub, rimane sorpreso che sia ancora in piedi, ma che ci vuoi fare Dave, la stout é l’unica birra che posso tracannare a botti, e poi credo che sia una specie di medicina miracolosa che fa bene al corpo e allo spirito. Lui mi dice che aumenta la fertilitá. Non mi stupisce, visto che in Irlanda ogni coppia ha 4 o 5 figli... Meno male che ho iniziato a berla negli ultimi anni, sennó erano bitter cabbages. La birra di sabato era una stout locale, buona ma non come la Guinness, e poi spillata un po’alla cazzo, se mi lasciate passare il tecnicismo: a Dublino é una specie di rito, si spilla in due fasi, la prima permette la decantazione del nettare che arriva in prima istanza un tantino soggetto a moto turbolento, la seconda raggiunge l’orlo completando l’opera con il giusto spessore di schiuma color cappuccino. Qui pare che versino Coca Cola. Vabbé, comunque era buona. Dopo Mc Sorely cerchiamo un ristorante. Sono aperta a tutto, e scegliamo un risto jap per mangiare sushimi e sushi. Lascio ordinare lui, di gran lunga piú competente essendo la mia unica esperienza nel settore limitata ad un pranzo a Pechino nel 2002. La fiducia riposta in lui si rivela un successo, la cena é squisita, lui simpaticissimo e mi insegna pure un mucchio di cose, come si tengono correttamente le bacchette, la zuppetta, il sake, i vari tipi di pesce crudi, le salsine di soia, tutto. Quando non riesco ad afferrare i bocconi con le mie bacchette mi imbocca con le sue, e forse questi gesti gli fanno innalzare la “pressione del vapore”: quest’omone ha il suo fascino, l’ho trovato carino appena l’ho incontrato a Manhattan dopo il concerto di mercoledí, sebbene un po’imbolsito dalla passione per il cibo e per la birra (I guess), ma le cose estemporanee non fan per me, thanks. Prendiamo al volo un taxi come si vede nei film quando inizia a piovere, e arriviamo verso le 23 ai Tre Merli del Greenwich Village, dove c’é Andrea e la nostra festa: un mucchio di gente, musica martellante “untz-untz-untz”, rilevo nuovamente che gli amici di Andrea sono tutti mostruosamente giovani. Un tizio mi chiede perché non sorrido. Cavoli anche qui? Me lo chiedono anche in Italia!!! É la mia faccia, che ci posso fare?!? Sta diventando un problema questo sorriso latitante, gosh.

Finita la festa prendiamo un bel po’d’acqua direttamente sulla capoccia, come giá detto, ma prima di risoverci per una metro L verso Brooklyn, ci facciamo ancora una birra in un postaccio: birra cattiva, ambiente di nessun rilievo. Sediamo ad un tavolaccio di legno tutto inciso di nomi e frasi, sul quale Dave scrive il mio nome e il suo recintati da un cuore tutto sbilenco. Ci vuol altro per farmi capitolare, in ogni caso é stato molto carino tutta la serata, micione senza essere pressante. Quando arriviamo a casa verso le 3 di notte Andrea fa delle facce strane, tra di loro, pensa che forse succederá qualcosa, ma l’unica cosa che desidero é raggiungere il mio letto e dormire per 24 ore. Mi chiudo in bagno augurando loro la buona notte, e spero si dileguino nelle loro stanze: quando esco fuori ci sono gli stivaloni neri con lunghissima punta di Dave in mezzo all’ingresso... non sará mica nel mio letto?! Vado verso la stanza temendo di dover affrontare una situazione imbarazzante, ma per fortuna Dave é un uomo intelligente, e non c’é. Lo vedo ancora una volta di sfuggita la mattina di domenica, mentre esco e lui fa colazione. Lo trovo carino, ma ci vorrebbe un’altra vita.

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